Storia di Olivetti

Storia di Olivetti

C’è stato un periodo nel quale in Italia esistevano aziende all’avanguardia in campi che oggi sono appannaggio di colossi esteri. Uno dei più grandi esponenti di questo è senz’altro stata Olivetti, un’impresa che ancora oggi è ricordata come tra i più importanti del passato recente di questo Paese. 

Camillo Olivetti: come tutto ha inizio

Camillo Olivetti è stato il fondatore, nel 1908, di questa storica impresa. Si laureò in Ingegneria elettrotecnica nel 1891, conobbe la realtà di fabbrica a Londra, nella quale acquisì un’ottima conoscenza dell’inglese. 

Olivetti si fermò in USA per un anno e qui conobbe Thomas Edison, insegnò anche all’università di Palo Alto. 

Ebbe diverse avventure imprenditoriali, di cui una a Milano, ma non si conclusero bene. Tornato ad Ivrea, sua città natale, decise di realizzare un’impresa che producesse un prodotto diffuso in America che però in Italia ancora esisteva in pochi esemplari.

Nasce la ditta Olivetti

Il lavoro di studio fu duro perché richiese l’invenzione di soluzioni particolari per alcune parti delle macchine da scrivere che erano già brevettati. Nel 1907 visitò alcune fabbriche in USA per capire se il progetto fosse instradato nella giusta direzione. Nel 1908 nacque Società in accomandita semplice Ing. C. Olivetti & C. Gli operai all’epoca erano venti. Già nel 1912 si apriva la prima filiale, con sede a Milano. Nel 1929 già si contavano 500 dipendenti e l’attività era sopravvissuta ad una guerra e alla crisi più importante del Novecento.

L’ingresso nel settore dell’elettronica

Se nel 1929 i dipendenti erano appena cinquecento, nel 1942 erano addirittura quattromila. Le filiali internazionali erano in Belgio, Spagna, Francia, Brasile, Argentina. Già nel 1958 fu aperta una divisione di ricerca in campo elettronico, visto come il futuro del settore industriale delle macchine da scrivere. Adriano Olivetti, succeduto al padre deceduto durante la Seconda Guerra Mondiale, capì da subito che era necessario investire in nuove tecnologie. Nel 1959 nasce il primo computer italiano, Elea 9003. In questo momento Olivetti è all’avanguardia, perfino più di alcuni colossi statunitensi, sembra in grado di portare innovazione ai massimi livelli. 

Elea 9003: una macchina grandiosa

Elea fu un esperimento molto interessante per l’epoca. L’aspetto, seppur simile a quello degli altri computer dell’epoca, presentava qualche differenza. Infatti occupava sì un’intera stanza, ma i moduli nei quali era diviso non erano alti fino al soffitto ma rimanevano ad altezza uomo per favorirne l’interazione. Infatti occorre pensare che all’epoca non esistevano mouse e tastiera ma i tecnici dovevano “camminare” nel computer per poter lavorare. 

Mario Tchou, figlio di un diplomatico cinese fu portato alla Olivetti nel 1954, ancora molto giovane, e fu incaricato di lavorare allo sviluppo tecnico della futura Elea. Una novità per l’epoca era l’impiego dei transistor, considerati dall’ingegnere molto più funzionali ed economici rispetto alle tradizionali valvole. 

La morte di Adriano Olivetti e il declino

La prematura morte di Adriano Olivetti, vittima di un’emorragia cerebrale, e la scomparsa di Mario Tchou misero a dura prova l’espansione nel settore elettronico. All’inizio degli anni sessanta i problemi economici costringono l’azienda a rivedere le strategie, alla fine si decide, in modo poco lungimirante, di tagliare il ramo elettronico. 

Negli anni successivi l’Olivetti subisce un declino inesorabile che poi la porterà negli anni Novanta ad entrare nel gruppo TIM. 

Agenda 2030: l’0rizzonte per l’industria

Agenda 2030

Agenda 2030 è un documento redatto nel 2015 sottoscritto da 193 paesi nel mondo e si tratta di un programma che si prefigge diversi obiettivi. Tutto sta cambiando in fretta e le sfide ecologiche e di sostenibilità non possono più essere rimandate. Ma cosa comporta questo piano per le imprese di tutti i paesi firmatari?

Obiettivo 9: costruire un’infrastruttura sostenibile, promuovere l’industrializzazione inclusiva e innovativa

Se c’è una cosa della quale abbiamo bisogno per resistere ai cambiamenti climatici che oggi si manifestano sempre più spesso, è la creazione di industrie e centri di ricerca nel mondo. 

Se i precedenti obiettivi del Millennio erano focalizzati sulla riduzione del gap tra mondo sviluppato e terzo mondo, ora è impossibile ignorare il fatto che l’emergenza climatica rischia di essere un grande ostacolo per tutti. 

Ciò significa che l’obiettivo per Agenda 2030 è quello di creare un’industria più sostenibile anche nei paesi sviluppati, ad esempio garantendo fonti di energia pulita che riducano l’impatto della produzione delle industrie. 

Per decarbonizzare le industrie McKinsey stima che ci vorranno circa circa 275 trilioni di dollari entro il 2050, pari a circa il 7,5% del PIL globale. Una cifra incredibile se pensiamo che il 2050 non è un traguardo di tempo così lontano. 

I traguardi più importanti

Per misurare il successo del terzo target, vale a dire “aumentare l’accesso delle piccole imprese ai servizi finanziari”, si misurerà la percentuale di valore aggiunto di tutte le piccole imprese sul totale e la percentuale di imprese piccole con una linea di credito. 

Il target quattro prevede di costruire infrastrutture e industrie più sostenibili entro il 2030 e si misurerà il successo di questo obiettivo tramite l’emissione di CO2. 

Il target che prevede l’incoraggiamento della ricerca scientifica per aumentare il tasso d’innovazione, è uno dei più importanti perché include anche i paesi in via di sviluppo. Questo verrà verificato tramite la verifica del numero di addetti alla ricerca per milione di abitanti e della spesa pubblica e privata nel settore.

Le connessioni per unire i Paesi

Lo abbiamo raccontato in diversi articoli, la rete veloce è un traguardo importante per l’industria, per poter accedere ai propri dati in fretta e senza barriere. Si tratta però anche di un parametro fondamentale perché, al contrario di quanto si possa pensare, solo il 52% della popolazione di tutto il globo è in grado di accedere alla rete Internet. 

L’accesso alla Rete permette un afflusso di informazioni costante e consente di progredire anche nella produttività, aspetto fondamentale per ridurre il gap tra i paesi industrializzati e quelli meno. 

2035: la fine dei motori endotermici

Proprio di questi giorni la firma dell’accordo europeo che promette la fine dell’era endotermica per quanto riguarda il settore automotive. Dal 2035 non potrà più essere messa in commercio alcuna auto endotermica, tranne qualche eccezione. Una tappa molto discussa verso una transizione energetica necessaria, ma a quale costo per l’industria europea?

Perché avere un tablet in produzione?

Perché avere un tablet di produzione?

Vent’anni fa il gestionale di produzione era visto come uno strumento con cui interagire solo tramite pc fisso in amministrazione o in postazioni dedicate. La tecnologia, però, avanza e molte cose sono cambiate. Infatti l’evoluzione dei software gestionale ha eliminato il problema di dover installare il programma tramite dischi e non solo. Il Cloud oggi permette un accesso rapido su tutti i dispositivi in grado di connettersi alla rete. Perché non sfruttare le possibilità offerte dalla tecnologia per rendere il lavoro più semplice?

A cosa serve un tablet in produzione?

Il tablet è un punto d’accesso perfetto per ogni operatore in produzione, uno strumento che permette di compiere alcune azioni fondamentali: lettura di codici QR o a barre; invio delle tempistiche di lavoro; segnalazione dei guasti e delle anomalie in produzione. 

Questo nuovo sistema di interazione si basa su una semplice app installabile su qualsiasi tablet Android recente (supportati dalla versione Android 4.4 Kitkat). In questo modo l’operatore potrà utilizzare il tablet come un alleato nel lavoro quotidiano e garantirà un’efficienza maggiore. Infatti non ci sarà più bisogno di prendere i tempi di produzione con i fogli di carta come accadeva fino a qualche anno fa. Questo permette di risparmiare carta e di non perdere fogli, con il timore di falsare tutti i tempi.

Windows vs Android

Windows è senz’altro uno dei sistemi operativi più diffusi della storia dell’informatica e vanta una storia ormai trentennale. Windows offre il vantaggio di un sistema operativo identico a quello per il personal computer. 

Lo svantaggio è che Windows non è particolarmente ottimizzato per essere utilizzato tramite touchscreen, questo comporta diverse problematiche. In generale è sconsigliato per un uso in produzione.

Android ha dalla sua quello di essere un sistema operativo nato per il mobile, quindi ottimizzato per un certo tipo d’uso. Sotto questo punto di vista il paragone non regge perché si tratta di qualcosa che permette l’uso di pennini e dita con estrema naturalezza. I tablet sono in generale meno potenti in versione Android, ma hai davvero bisogno di una macchina potente per compiere operazioni basilari?

Come scegliere un gestionale

Gestione magazzino

Così sei finalmente arrivato alla scelta del tuo nuovo gestionale di produzione, forse non ne avevi mai usato uno prima, forse il vecchio non rispecchiava più la tua azienda. Si tratta di una scelta molto complessa che richiede diverso tempo. Immagina di acquistare un’auto: qualcosa che ti accompagnerà per molto e hai bisogno di soppesare bene ciò di cui hai bisogno da ciò che è superfluo.

1. La valutazione delle funzionalità

Di certo il primo parametro da valutare è quello delle funzionalità che risultano alla base della nostra decisione d’acquisto. Ogni azienda ha esigenze differenti che derivano da differenti modi di produrre, perciò non esiste il software perfetto per ogni situazione. Devi essere in grado di pensare con i tuoi collaboratori a tutto ciò di cui hai bisogno e di tutto ciò a cui potresti rinunciare. Avere un software ricchissimo di funzionalità è davvero fantastico, se ne hai bisogno. Pensa infatti che il costo del software non si ferma a quello che pagherai al momento dell’acquisto ma anche a tutto ciò che c’è intorno. Formare il personale, la lunghezza di ogni operazione. 

Alcune aziende non trovano software davvero adatti alla loro realtà, alcune preferiscono farsi costruire il software su misura, come se fosse un abito, ma questo è spesso un processo lungo e dai costi proibitivi. Per questo in fase d’analisi occorre ascoltare tutti i reparti dell’azienda.

2. Primo posto: facilità d’utilizzo

Quel piccolo strumento che portiamo in tasca che porta il nome di smartphone è molto facile da utilizzare e questo a settato nuovi standard negli anni. Per questo avere un’interfaccia software altrettanto studiata e rapida è necessario. Infatti si risparmia in tempo impiegato nell’uso del software e anche nella formazione del personale nuovo.

3. Capacità di interfacciarsi

Le aziende, soprattutto quelle di medie dimensioni, hanno diversi software nei vari reparti e hanno il piacere di continuare ad utilizzarli. Spesso però questi non si interfacciano con il gestionale di produzione, creando problemi e lungaggini. Inoltre è altrettanto necessario che riesca a dialogare con le macchine in produzione. In questo modo si possono ricevere dati continuamente senza doverli inserire manualmente.

4. Il futuro nella modularità

L’azienda è come una materia organica: si trasforma di continuo. Per questo occorre pensare che il software ci accompagnerà per molto tempo e non è sempre chiaro quale evoluzione avremo nella nostra impresa. Avere a disposizione un software gestionale di produzione in grado di rimanere aggiornato nel tempo e, soprattutto, ampliabile, è un aspetto molto importante. Domani, se avessimo bisogno di nuove funzionalità non vorremmo certo essere costretti a comprarne uno diverso.

Oggi la tecnologia Cloud sta prendendo sempre più piede e consente importanti novità per quanto riguarda la gestione a lungo termine del software. Infatti non è più necessario riacquistare tutto il pacchetto solo per aggiungere qualcosa. Si può sbloccare, nella maggior parte dei casi, tramite codice. Questo permette anche di fare il contrario, salvo eccezioni, nel caso ci si accorgesse di non aver più bisogno di una funzionalità.

5. Assistenza post vendita

L’assistenza post vendita è un dettaglio che spesso si sottovaluta anche nella vita privata. Quando si acquista un bene e si ha un problema ci si rivolge all’assistenza. Se questa non risponde o non è celere danneggia la nostra operatività. Per questo un software con un’assistenza di primo livello permette di dormire sonni più tranquilli.

L’assistenza di un prodotto è un “dettaglio” che spesso si fa fatica a valutare perché non sempre serve avvalersene. Quando si acquista qualcosa però si ha bisogno di avere la certezza che questa funzioni e, in caso di malfunzionamento, qualcuno possa aiutarci. Perciò oggi l’assistenza di un software va valutata e un produttore che ci aiuta nel lungo periodo porta molto valore all’azienda.

Gestione del magazzino

Gestione magazzino

Il magazzino è uno dei centri nevralgici di tutte quelle aziende che producono prodotti fisici. Si tratta del cuore pulsante dell’attività perché riceve materie prime che poi permettono all’azienda di arrivare al prodotto finito. Se questa parte della vita aziendale fosse gestita male sarebbe molto difficile pensare ad un futuro di successo. Allora come si gestisce il magazzino?

Gestire il magazzino non è così semplice come sembra

La gestione del magazzino è tutt’altro che banale perché non si tratta, come si potrebbe pensare, della sola gestione del flusso in entrata e in uscita. Questo sarebbe del tutto riduttivo. Certo, il contorno dipende ovviamente dalla grandezza dell’azienda e dal settore nel quale opera, ma, in generale, bisogna prestare attenzione.

Pensiamo ad un colosso come Amazon: si occupa solo di gestire la logistica in entrata e in uscita? Amazon gestisce un numero incredibile di ordini provenienti da varie attività commerciali. Una cosa curiosa è che nei magazzini gli articoli non sono organizzati per genere ma sono posti sugli scaffali a caso. Tutto è poi gestito da computer che conoscono la posizione degli oggetti, certo, stiamo parlando di una delle aziende più grandi del globo, ma è un esempio interessante perché ci mostra che la strada più logica non è sempre la più produttiva.

Gestire il magazzino non è solo gestione dei flussi

Gestire il magazzino, controllare il flusso in entrata e in uscita, le scorte in magazzino e gli ordini ai quali rispondere, non è affatto banale. Questo perché c’è bisogno di formare il personale, di studiare i processi logistici, di capire quale software gestionale possa aiutare nel compito. 

Un’azienda manifatturiera, per esempio, nella gestione del magazzino non può evitare di considerare la distinta base dei prodotti finiti per gestire le scorte. Come potrebbe acquistare materie prime se non ha idea di quante ne servono? 

Bisogna conservare i documenti di trasporto per capire quanto tempo impieghiamo in media per ricevere e consegnare i nostri prodotti. 

Essere in grado di prevedere delle scorte minime necessarie a mantenere l’operatività aziendale per un certo periodo. Ma come si può fare tutto questo?

Un software gestionale di produzione, come Scaccomatto, ti consente di tenere sotto controllo tutti questi aspetti tramite un’interfaccia semplice ed intuitiva che non teme confronti.

KPI: quali monitorare per la produzione?

KPI di produzione Scaccomatto

KPI, è un acronimo nel quale è facile imbattersi in tutti gli ambiti della vita aziendale, non solo quella produttiva. I manager hanno dei KPI da analizzare, gli operai in produzione hanno dei KPI. Ma, esattamente, che cosa sono i KPI e perché dovresti usarli?

KPI: una definizione

Non si può utilizzare uno strumento se non si conosce a fondo, quindi partiamo dalla definizione di KPI. In economia aziendale un KPI (Key performance indicator) è un indicatore che misura l’efficienza produttiva reale dell’azienda. 

I KPI si ritrovano nel marketing, nelle risorse umane, sono metriche che servono ad analizzare l’andamento della vita aziendale e che consentono di capire come migliorare la situazione e in quale aree.

Per quanto riguarda nello specifico dei KPI di produzione, questi devono rispettare dei parametri:

  1. devono essere espressi in numeri, quindi devono avere una quantificazione precisa;
  2. devono poter essere messi in raffronto tra loro, in modo da comprendere situazioni diverse e miglioramenti eventuali delle nostre azioni;
  3. devono monitorare dei dati significativi per la vita aziendale;
  4. devono essere monitorabili costantemente e nel minor tempo possibile;
  5. devono essere dati facilmente leggibili e accessibili a chi deve controllarli. 

KPI di produzione: quali scegliere?

Uno dei più importanti KPI di produzione è l’indice OEE, ovvero Overall Equipment Effectiveness, questo consente di monitorare l’efficienza dell’impianto produttivo. Questo è un indicatore che è possibile verificare nell’apposita sezione di Scaccomatto per ottenere un quadro generale della situazione. 

Altri indici KPI da tenere sotto controllo sono: 

  • controllo qualità dei prodotti finiti, che consente di capire se il risultato finale è conforme alle aspettative o meno;
  • attrezzaggio, ovvero quanto è necessario prima che un macchinario sia operativo.
  • il numero di scarti prodotti, questo può essere un indice di scarsa affidabilità del fornitore di materie prime e quindi occorre una valutazione attenta;
  • efficienza di produzione, si tratta del numero di pezzi prodotti in confronto alle aspettative, utile per capire se stiamo lavorando a ritmo giusto.

Come posso monitorare i KPI in modo pratico?

Oggi la tecnologia avanza e il monitoraggio dei KPI è molto più semplice rispetto a qualche anno fa. Affidarsi ad un software MES come Scaccomatto permette di non preoccuparsi più di annotare dati perché il programma, se correttamente configurato, permetterà di analizzare i principali KPI in tempo reale.

In questo modo potrai confrontare il passato con il presente per comprendere se le tue azioni hanno migliorato davvero la produttività. 

Controllo di qualità: qualche dettaglio

controllo qualità scaccomatto

Prima o poi capita nella vita di tutte le aziende, persino come privato, di ordinare un articolo per poi riceverlo non conforme agli standard di qualità che ci aspettiamo. Questo può essere un problema dato da un mancato controllo di qualità oppure da uno effettuato male.

Come funziona il controllo di qualità? Lo scopriamo in questo articolo.

Controllo di qualità: qualche dettaglio

Per controllo di qualità si intende tutto quel processo che consiste in test, che spesso sono a campione, su quanto prodotto nelle nostre fabbriche per accertarsi che vengano rispettati dei livelli minimi di qualità. Detto in altro modo, questo insieme di azioni si accerta che ogni parte del processo produttivo sia andata per il verso giusto.

I test devono essere condotti quando abbiamo un’idea precisa su quali siano le debolezze del prodotto e come si possano mettere alla prova in modo coerente ed efficace. Come detto prima, il controllo di qualità di solito viene effettuato a campione ma non in tutte le industrie. Il farmaceutico o l’aereospaziale non possono permettersi nemmeno un pezzo non funzionante, qui i test sono ancora più rigorosi.

Controllo di qualità: qualche dettaglio

Per controllo di qualità si intende tutto quel processo che consiste in test, che spesso sono a campione, su quanto prodotto nelle nostre fabbriche per accertarsi che vengano rispettati dei livelli minimi di qualità. Detto in altro modo, questo insieme di azioni si accerta che ogni parte del processo produttivo sia andata per il verso giusto.

I test devono essere condotti quando abbiamo un’idea precisa su quali siano le debolezze del prodotto e come si possano mettere alla prova in modo coerente ed efficace. Come detto prima, il controllo di qualità di solito viene effettuato a campione ma non in tutte le industrie. Il farmaceutico o l’aereospaziale non possono permettersi nemmeno un pezzo non funzionante, qui i test sono ancora più rigorosi.

Come nasce il controllo di qualità?

Già nei tempi antichi, quando le industrie non esistevano e la produzione era per lo più artigianale, il controllo di qualità era applicato, seppur con metodi diversi. Infatti il processo produttivo non era così standardizzato e su larga scala, bastava che l’artigiano o un apprendista controllasse il prodotto appena completato per accertarsi che fosse tutto in regola.

Con la nascita delle industrie odierne le produzioni cambiano volto, da espressione dell’esperienza di un singolo artigiano a risultato finale di processi parcellizzati e codificati. A questo punto controllare il prodotto finito non può più bastare e per questo si inizia a pensare a modi per evitare di avere troppi scarti di produzione che incidono gravemente sul fatturato. In particolare la svolta arriva in USA e Giappone a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, quando la visione di come ottenere un prodotto di qualità cambia radicalmente.

L’obiettivo finale non è quello di migliorare il prodotto finale lavorando sul prodotto in sé, ma di cercare modi per ottimizzare ogni singola fase del processo produttivo: se riesci a migliorare il processo otterrai un risultato finale migliore. Nel 1987 nasce l’insieme di norme ISO 9001 che hanno come scopo quello di migliorare la soddisfazione dell’utente finale.

Si controlla solo il prodotto finito?

Il controllo del prodotto finito è essenziale perché permette di evitare resi e insoddisfazione del cliente ma, come detto, non può essere visto come unica fase di controllo. 

I controlli qualità possono essere effettuati anche in altri due fasi della lavorazione: 

  • quando arrivano le materie prime: qui è possibile verificare che tutto ciò che abbiamo ordinato sia in ottime condizioni e possa essere impiegato nelle varie fasi di lavorazione;
  • sui semi-lavorati: anche nelle prime fasi di lavorazione è possibile effettuare una serie di test per verificare che tutto sia andato bene fino a quel momento, in modo da scartare i pezzi non conformi.

Controlli qualità e garanzia di qualità: sono la stessa cosa?

La garanzia di qualità può essere definito come il sistema di gestione che, prima, decide quali processi e quali standard qualitativi vadano adottati per riuscire ad offrire la migliore qualità a tutti i clienti che acquistano i nostri prodotti. Ciò coinvolge ogni singola fase della produzione e della vita del prodotto perché si parla non solo della produzione ma anche dell’ideazione, in questo modo si possono cercare già soluzioni per arrivare al miglior risultato possibile. Nelle realtà più numerose spesso esiste un reparto dedicato. 

Per controllo di qualità si intende tutto l’insieme di procedure operative in fase di produzione ed a produzione ultimata che permette testare che il prodotto finito sia soddisfacente. Queste due sono parti importanti del processo, infatti nella prima si creano a monte le condizioni di lavoro necessarie a produrre bene. Nella seconda invece si verifica che la prima fase abbia davvero creato le condizioni per portare un prodotto di qualità.

2022: le sfide per le PMI

2022 PMI

Il 2022 è iniziato da tre mesi ma alcuni eventi hanno già scosso le previsioni di crescita dell’anno. Cosa aspetta le PMI italiane nel corso dei prossimi nove mesi?

La guerra in Ucraina e le sanzioni

Il 24 febbraio 2022 è iniziata la guerra che coinvolge Ucraina e Russia, in questo articolo non ci interessano le valutazioni politiche. Ad ogni modo il mondo occidentale ha votato sanzioni molto dure per la Russia che oggi si trova in una situazione non molto semplice.

  • sono stati bloccati i patrimoni dei magnati russi in giro per l’Europa, il caso più eclatante è la vendita del Chelsea, la squadra inglese guidata dal presidente Abramovich, da sempre vicino a Putin;
  • le sanzioni economiche hanno limitato la capacità operativa delle banche russe escludendole dal sistema di pagamento internazionale SWIFT;
  • viene vietata l’esportazione in Russia e la fornitura di servizi legati al settore petrolifero, da sempre un pilastro dell’economia russa.

Le conseguenze per le PMI italiane

Come tutti sappiamo, molte imprese italiane hanno allargato i propri orizzonti verso la Russia e nel 2020 le esportazioni avevano raggiunto la cifra di 7 miliardi di euro, niente male considerata la pandemia. Nel 2020 sono stati esportati macchinari per poco meno di 2 miliardi di euro; conquistano la seconda piazza le merci del settore dell’abbigliamento che hanno raggiunto i 750 milioni di euro e poi i prodotti chimici con circa mezzo miliardo. 

Le sanzioni imposte alla Russia rischiano di mandare in fumo quindi diversi miliardi di euro e, soprattutto, rischiano di portare alla chiusura di tutte quelle aziende che vedevano come preponderante l’export in questa nazione. 

Aumento del costo dei carburanti

La seconda emergenza, sempre legata ai fatti che stanno avvenendo in Ucraina, è quella del caro energia che sta raggiungendo prezzi altissimi. 

A seguito delle sanzioni e non solo il prezzo di tutte le fonti energetiche legate alle importazioni dalla Russia ha raggiunto le stelle. 

Per quanto riguarda il petrolio, un barile ha toccato punte di 128 dollari al barile quando solo ad inizio anno si trovava a 73 dollari al barile; ad oggi il prezzo pare stazionario sui 100 dollari al barile. La benzina e il gasolio per le auto hanno subito una vera e propria impennata da 1.70€ al litro per la benzina ai 2.25€ degli ultimi giorni, questo a cascata rischia di essere un freno per la ripresa. Infatti i trasporti su gomma, che garantiscono l’approvvigionamento alimentare in tutta Italia, vedono i costi lievitare e alcuni trasportatori hanno preferito fermarsi piuttosto che operare in queste condizioni.

Aumento del costo dell’energia

Il terzo problema è l’aumento della bolletta per le famiglie e per le imprese che hanno visto negli ultimi sei mesi i prezzi dell’energia lievitare in una spirale che sembra inarrestabile. L’Europa sta cercando quindi di diversificare le forniture d’energia. 

  • il primo problema è quello di svincolarsi dal gas Russo che oggi pesa per circa il 30% sul mix energetico;
  • il secondo punto sul quale si lavora è quello di mettere un tetto al prezzo di gas;
  • separare il mercato dell’energia rinnovabile da quello del gas;
  • tassazione extra dei profitti delle aziende energetiche.

Le sfide di lungo corso

Il futuro delle PMI italiane è legato a doppio filo a quello della politica strategica in campo energetico e non solo, si tratta di modifiche che richiederanno anni ma che oggi più che mai sono necessarie. 

Rimangono anche le sfide poste dal piano Transizione 4.0 che sono state ampiamente trattate in altri articoli.

Analisi dei costi: come fare?

Per ogni impresa che si rispetti analizzare i costi è un fattore determinante per comprendere meglio diversi aspetti: il prezzo dei propri prodotti; l’efficienza produttiva; aree di miglioramento. Infatti senza sapere quanto spendiamo nelle diverse attività che contribuiscono alla vita aziendale diventa complesso riuscire a comprendere come migliorare e battere la concorrenza. Ma come si fa l’analisi dei costi?

Analizzare le fonti di costo per l’azienda

Il primo e più scontato passo per saperne di più è analizzare le fonti di costo per l’azienda, che sono molteplici e tutte importanti. Innanzitutto bisogna comprendere da cosa è composto il prezzo di un prodotto di qualsiasi genere.

Costi fissi

Se è vero che i costi fissi vanno tenuti in conto nel computo totale dei fattori che portano alla definizione del prezzo il problema è che questi costi, essendo fissi, non variano in relazione al volume dei pezzi prodotti. Quindi variare i costi fissi comporta sforzi molto alti perché bisognerebbe agire, ad esempio, sugli stipendi oppure sulle forniture d’energia per ottenere una diminuzione.

Certo, magari ottenere contratti di fornitura d’energia o di affitto degli stabili produttivi più vantaggiosi migliorerebbe la situazione di costi per l’intera azienda ma risulta comunque un processo più lungo e difficile rispetto ad agire sui costi variabili.

Costi variabili

I costi variabili sono legati alla produzione in sé perché si tratta di costi come quello delle materie prime necessarie a creare il prodotto finale, oppure spese che si riferiscono alla logistica per il trasporto del prodotto finito. Di certo agire sui costi variabili può essere più semplice che farlo sui costi fissi ma, in ogni caso, dopo aver individuato tutte le fonti di costo è necessario pensare a come e dove sia possibile effettuare tagli.

Inoltre è possibile dividere i costi in altre due categorie:

  • costi diretti: ad esempio i costi delle materie prime per produrre quel prodotto specifico;
  • costi indiretti: riguardano il processo produttivo in generale, quindi sono qui costi come il personale.

Azioni pratiche per migliorare la gestione dei costi

Una volta individuate le principali fonti di costo bisogna comprendere dove e come agire. Ad esempio si può cercare un nuovo fornitore di materie prime a costi più bassi se questo incide troppo sul prezzo finale del nostro prodotto, oppure si può razionalizzare il costo dei dipendenti, magari esternalizzando attività secondarie. Tutti questi interventi avranno come effetto quello di aumentare l’utile netto dell’azienda. 

Per comprendere meglio che cosa fare hai bisogno di due strumenti: l’analisi del fatturato e un software che ti dia dati di produzione completi.

Infatti la possibilità di consultare dati di produzione affidabili e ricchi possiamo comprendere tutti quei problemi che fanno lievitare i costi come le inefficienze produttive. Ad esempio guasti continui alle macchine influiscono negativamente, colli di bottiglia tra le varie fasi della produzione fanno lievitare i costi di produzione. Scaccomatto ti permette di capire in un solo sguardo cosa non sta andando e ti aiuta ad agire con cognizione di causa. Inoltre puoi inserire: costi delle materie prime; costi dei macchinari e costi del personale. In questo modo sarà più semplice effettuare analisi complete.

Industria 4.0 diventa Transizione 4.0

Industria 4.0 diventa Transizione 4.0

Si è sentito parlare per diversi anni dell’industria 4.0, spesso è stato un termine abusato senza un significato preciso ma oggi, con il nuovo piano europeo noto come Recovery Fund, si torna a parlare di incentivi e transizione verso un’industria più digitale, più interconnessa, pronta a raccogliere le sfide del futuro.

Industria 4.0: il Piano Calenda

La quarta rivoluzione industriale è a dir poco atipica, infatti si è iniziato a parlare di industria 4.0 ancora prima che fosse iniziato questo processo di rinnovamento produttivo. Per il vapore, l’elettricità e l’informatica hanno prima trasformato il mondo che ci circonda e poi sono state riconosciute come elementi fondamentali di un cambiamento già avvenuto. Oggi possiamo vedere in parte la rotta del cambiamento che passa per una nuova visione della tecnologia. 

Non più IoT (Internet of Things), ovvero dialogo tra macchine, ma connessione migliore tra macchina e uomo, per superare il vecchio concetto di produzione. Viviamo nell’era dei cosiddetti Big Data ed avere una struttura in grado di utilizzarli a proprio vantaggio è la chiave per vincere la competizione nel mondo globale. 

L’obiettivo principale del Piano Calenda era quello di diffondere tra gli imprenditori il tema dell’Industria 4.0 prima ancora che incentivare la transizione. Già nel 2018 solo il 2,5% delle imprese non aveva mai sentito parlarne. 
Il processo di rinnovamento, la transizione 4.0, ha coinvolto principalmente la realtà produttiva più che la supply chain o il ciclo di vita del prodotto. L’implementazione di tecnologie come l’automazione avanzata, il cloud, software per analisi è stata la parte più importante. Ovviamente, per conseguire obiettivi di efficienza si è puntato a rinnovare anche il parco macchine e molte imprese hanno puntato a rinnovare radicalmente la realtà produttiva, approfittando del superammortamento e dell’iperammortamento.

2021: il nuovo piano

Gli ultimi giorni dell’anno vedono sempre una corsa frenetica all’approvazione della Legge di Bilancio e, quella dell’anno del COVID-19, non fa eccezione. Tra i vari provvedimenti pensati per rilanciare vari ambiti del Paese c’è il pacchetto di incentivi annunciato a novembre, ormai noto ai più come Piano transizione 4.0

La prima vera novità del piano è quella di prevedere incentivi fiscali per un biennio, non più per un singolo anno. In passato questo meccanismo aveva generato incertezza nell’investimento poiché non si conosceva il futuro di tali iniziative; non era raro che un’impresa rinunciasse ad un piano di rinnovamento strutturale per mancanza di sicurezza della sua solidità futura. Aumenta il contributo d’imposta per chi decide di passare a software pronti per l’industria 4.0: dal 15% del 2020 al 20% del 2021-2022.

Non mancano i punti oscuri, infatti viene indicato che ogni impresa che intende investire nella transizione 4.0 deve inviare una “comunicazione al Ministero dello sviluppo economico” ma non è ancora chiara la modalità di tale procedura. Di certo c’è bisogno di chiarezza per alcuni punti del piano ma si tratta, in ogni caso, di un tassello importante per incentivare le imprese italiane, troppo spesso indietro nella transizione verso l’industria 4.0, ad un passaggio fondamentale per la competitività dei settori strategici nel lungo periodo.

Per ulteriori informazioni potete consultare direttamente il sito del MISE.

Riassunto del Piano Transizione 4.0 in punti.

Aggiornamento 2022
Transizione 4.0: proroga degli incentivi fino al 2025

La buona notizia per il piano Transizione 4.0 è che, alla luce della situazione pandemica che causato un rallentamento nell’adozione delle nuove tecnologie, è stato prorogato fino al 2025. La differenza principale tra il vecchio piano inaugurato nel 2017 e quello di oggi è che l’iperammortamento di macchinari o altri beni iniziato nel 2020 diventa credito d’imposta. 

 

Da segnalare inoltre che il beneficio nel 2022 per chi acquista ora è inferiore rispetto al 2021 perché diminuiscono i costi del bene e, contemporaneamente anche i massimali di spesa possibili per ogni singolo arco di tempo. Per quanto riguarda il credito d’imposta per ordini avvenuti entro il 31 dicembre 2022 ecco qualche dato pratico per capire quanto spetta e in che modalità:

  • 0% per la quota oltre i 10 milioni e fino ai 20 milioni di euro d’investimento; 
  • 20% per la quota di investimenti oltre i 2,5 milioni di euro fino ad un massimo di 10 milioni di euro;
  • 40% del costo fino a 2,5 milioni di euro.

Attenzione ai bonus non prorogati a partire dal 2023

Non tutti i beni godranno di bonus fino al 2025 quindi occorre prestare attenzione nel momento di pianificazione degli acquisti. 

 

Credito d’imposta per investimenti in beni strumentali nuovi ordinari, diversi da quelli indicati negli allegati A e B della legge 232/2016, sia materiali che immateriali (es.: mobili, arredi, macchinari e software non 4.0). Pertanto, il bonus del 6%, nel limite massimo di costi ammissibili pari a due milioni di euro per i beni materiali, oppure a un milione per i beni immateriali, spetterà per gli investimenti effettuati non oltre il 31 dicembre 2022 o fino al 30 giugno 2023 alle consuete condizioni.

 

Credito d’imposta per la formazione del personale dipendente mirata all’ottenimento o al consolidamento delle competenze necessarie alla trasformazione tecnologica e digitale 4.0 (articolo 1, comma 210 e seguenti, legge 160/2019), che di quindi resta applicabile fino alle spese sostenute nel periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2022.

 

Ecco uno schema riassuntivo delle scadenze per i beni materiali:

Beni materiali

Ecco uno schema riassuntivo delle scadenze per i beni immateriali:

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